il Taccuino

“La Sabbia e le Notti”, la nuova opera di Marino Magliani

In libri on maggio 29, 2020 at 8:46 am

Il Taccuino Ufficio Stampa

Presenta

La Sabbia e le Notti di Marino Magliani

Lo scrittore e traduttore ligure Marino Magliani presenta “La Sabbia e le Notti”, una preziosa edizione nella doppia lingua italiana/francese di due racconti tratti dalla precedente raccolta dell’autore “Carlos Paz e altre mitologie private”. Sono storie che richiamano l’elemento autobiografico senza fossilizzarsi in esso, che abbracciano le tematiche universali del ritorno alle origini e della ricerca delle memorie perdute. Da uno scrittore molto apprezzato in Italia e all’estero, vincitore di prestigiosi premi letterari, un’opera intima e malinconica, un’eccellente prova di raffinata narrativa.

Titolo: La Sabbia e le Notti

Autore: Marino Magliani

Genere: Raccolta di racconti

Casa Editrice: Fawkes Editions

Pagine: 160

Prezzo: 15,00€

Codice ISBN: 978-88-358-21-991

«Provare a rivedere le cose è come aprire cancelli, armeggiare con mani tremanti: prima cerchi la chiave, la infili nel lucchetto, spingi il portone e arrivi in un posto in cui non entravi da anni. La sorpresa, a volte, è scoprire un luogo vuoto, allora le cose bisogna chiedersele diversamente, si cerca una parola, un’immagine, un senso […]».

Nella raccolta La Sabbia e le Notti di Marino Magliani si presentano due racconti, Sabbia e Le notti di Sorba, che fissano sulla pagina due punti spazio temporali in cui l’autore inquadra il suo presente e il suo passato. In Sabbia è il presente a venire raccontato, un presente sicuramente trasfigurato, “liquido”; una sorta di limbo tra il prima e il dopo, come il molo che divide il mare e la spiaggia, un elemento di raccordo dalla natura sfuggente. Un presente lineare se osservato dall’esterno ma caleidoscopico all’interno. L’autore è alla ricerca delle giuste parole, ma esse sembrano comportarsi come le timide onde del mare che “facevano finta di arrivare”. La stessa memoria fa capolino per poi sparire: “E ciò che aveva appena bagnato il suo piede era un’onda alla quale era mancato il respiro per essere un’onda”; alle sue parole come alla memoria sembra manchi il coraggio di affermarsi; la sabbia sembra invece essere l’unica presenza costante, che non ha paura di imporsi alla sua attenzione. La sabbia diventa terreno comune di quel passato distante e di quel presente inquieto, “la sabbia che si chiamava sabbia anche lontano”, che è stata calpestata dai suoi piedi bambini, giovani, adulti così come in quel preciso momento; la sabbia che viene mangiucchiata a riva dalle gelide onde del Mare del Nord, il mare della terra che ha scelto come sua casa, l’Olanda. Magliani come un moderno Caspar David Friedrich osserva la magnificenza del mare, avvolto dalla stessa nebbia che cinge l’uomo di spalle nel quadro del pittore tedesco; anche lo scrittore è un viandante nei ricordi, una figura più decadente che romantica che si staglia nel paesaggio, che mai come nelle sue opere assume significati profondi, intimi. E il paesaggio, e soprattutto il viaggio fisico e mentale attraverso esso, è il nucleo pulsante del secondo racconto, Le notti di Sorba. In questa narrazione è il passato a venire rievocato, che si fa elastico, che l’autore tira e rilascia, che ricorda e dimentica. Un passato che confonde i confini, che annulla il tempo e la distanza. Un racconto personale che allarga i suoi orizzonti e si fa universale, una mitologia privata che presenta un uomo solitario alla ricerca delle radici e del tempo perduti. L’autore torna nella terra natale in Liguria preda di un’ossessione per un piccolo dettaglio del passato che non riesce in alcun modo a ricordare, e che è motivo di tormento: “La misura di tempo di un ricordo è quella di un solo respiro, e il respiro dopo ci scaraventa di nuovo nel presente”. In una storia poeticamente delirante, visionaria nelle sue ultime battute, Magliani lotta per far riemergere dalle sabbie mobili del tempo le sue memorie tradite dallo scorrere della vita, ingabbiate nell’eterno ciclo di morte e risurrezione. Attraverso una scrittura che si potrebbe definire “pittorica”, come afferma Alessandro Gianetti nella prefazione al testo, Marino Magliani ci fa dono di un’opera intensa, una celebrazione lirica e malinconica di ciò che è stato, di ciò che è e di ciò che eventualmente sarà.

TRAMA. La Sabbia e le Notti è un’edizione con testo a fronte di due racconti tratti dalla raccolta Carlos Paz e altre mitologie private di Marino Magliani, pubblicata nel 2016 da Amos Edizioni. In questa nuova edizione, i racconti sono accompagnati dalla traduzione in francese al fine di permettere al pubblico francofono di scoprire nella propria lingua l’universo dell’autore ligure. Nella raccolta si possono ritrovare le emozioni de “Le notti di Sorba” così forti e dense, a volte anche estreme, e i viaggi nel tempo e nello spazio di “Sabbia”. E, soprattutto, si può apprezzare come si realizza la scrittura di Marino Magliani in un’altra lingua romanza. Un confronto linguistico e letterario allo stesso tempo, per lasciarsi sorprendere dal talento di uno dei migliori autori italiani della nostra epoca.

L’AUTORE È DISPONIBILE A RILASCIARE INTERVISTE

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BIOGRAFIA.Marino Magliani è nato in Liguria, in un paesino di ulivi, nel 1960. Dopo aver viaggiato per il mondo, dalla Spagna all’Argentina al Cile, si è stabilito da più di trent’anni in Olanda sul Mare del Nord. Tra i suoi numerosi romanzi si ricordano: “Quattro giorni per non morire” (Sironi, 2006), “Il collezionista di tempo” (Sironi, 2007), “La Tana degli Alberibelli” (Longanesi, 2009), “Prima che te lo dicano altri” (Chiarelettere, 2018), finalista al Premio Selezione Bancarella 2019. Tra le sue raccolte di racconti si menziona “Carlos Paz e altre mitologie private” (Amos Edizioni, 2016), da cui sono tratti i due racconti contenuti ne “La Sabbia e le Notti” (Fawkes Editions, 2020). È inoltre traduttore dallo spagnolo (tra gli autori tradotti: Roberto Arlt, César Vallejo, Carlos Alberto Montaner) e sceneggiatore (è sua la sceneggiatura per la graphic novel “Sostiene Pereira”, dall’omonimo romanzo di Antonio Tabucchi, uscita per Tunué nel 2014). Le sue opere sono state tradotte in olandese, francese, inglese, spagnolo, tedesco, polacco e spagnolo. Collabora con racconti, saggi, interviste ed estratti dei suoi romanzi con i blog Nazione indiana, Carmilla, e La poesia e lo spirito, di cui è anche redattore. Organizza e cura laboratori di scrittura con Giulio Mozzi e Giorgio Vasta.

https://it.wikipedia.org/wiki/Marino_Magliani

LA CASA EDITRICE. Fawkes Editions è stata fondata nel 2015 dall’editor Julie Biasucci. Dopo una salda preparazione universitaria e numerosi anni di esperienza lavorativa come editor free-lance, ha deciso di creare la sua casa editrice nella quale offre numerosi servizi legati al mondo della pubblicazione dei testi, dei quali si può fruire in maniera completamente indipendente, dall’editing del testo, passando per la semplice revisione o rilettura, fino alla promozione del libro e alla cura dell’immagine dell’autore. Si traducono anche romanzi o opere appartenenti a diversi settori, dal francese all’italiano e anche dall’italiano al francese.

Contatti

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“Merluz Vogn”, il nuovo romanzo di Giorgio Genetelli

In libri on maggio 28, 2020 at 8:09 am

Il Taccuino Ufficio Stampa

Presenta

Merluz Vogn di Giorgio Genetelli

Lo scrittore ticinese Giorgio Genetelli presenta “Merluz Vogn”, il racconto di un’estate speciale e sognante, perché vissuta dal protagonista con la leggerezza dei suoi undici anni. Un romanzo caratterizzato da uno stile sperimentale che, nella sua commistione tra idiomi dialettali e il lirismo di certi passaggi narrativi, sa tenere il lettore sospeso sul filo di un’ironica nostalgia. Una storia di crescita con un protagonista giovanissimo ma ormai consapevole di essere giunto alla fine di un percorso, oltre il quale sarà sempre più difficile confondere il sogno con la realtà.  

Titolo: Merluz Vogn

Autore: Giorgio Genetelli

Genere: Narrativa contemporanea

Casa Editrice: Gabriele Capelli Editore

Pagine: 112

Prezzo: 15,00€

Codice ISBN: 978-88-973-08-898

«Stavamo ancora al di là del bene e del male io e il Nandel, in quei luoghi dell’infanzia dove tenerezza e crudeltà si confondono. Ma era diventato difficile scansare i discorsi sulla decadenza del mondo. Aspettavamo solo il giorno buono per scappare dai quesiti senza allegria, indigesti anche per due come noi che ancora ignoravano il flagello dei ricordi […]».

Merluz Vogn diGiorgio Genetelli si potrebbe definire un romanzo “d’atmosfera”, nel quale le suggestioni e le vivide immagini trasmesse dalla storia raccontata sono decisamente più importanti della trama in sé. L’autore si serve di uno stile di scrittura originale che inserisce nella prosa delle parole in dialetto ticinese, e questa scelta serve a dare autenticità alla vicenda narrata, e ad accorciare le distanze tra il protagonista e il lettore. E con un’operazione intelligente che mira alla comprensione totale della storia, quando vengono proposti brani più lunghi in dialetto, essi sono accompagnati dalla traduzione del testo a fronte. Protagonista della vicenda è un bambino di quasi undici anni, che ha davanti a sé un’intera estate di libertà. La madre deve ricoverarsi per motivi a lui sconosciuti, il padre sarà lontano e quindi si trasferirà dai nonni, che di norma sono sempre più permissivi dei genitori. La vicenda è ambientata negli anni Sessanta in un piccolo paese del Canton Ticino, con le sue case di sasso e le carraie polverose, il fiume pescoso e le aspre montagne; nel torpore di un’estate all’insegna di pantaloncini strappati e gelati squagliati, il giovane protagonista percorre forse per l’ultima volta la strada della spensieratezza, prima che la realtà arrivi ad invadere e a cancellare i sogni infantili. L’ambiente in cui egli si muove è un microcosmo perfetto, rappresentato con cura nelle ultime pagine del romanzo come il disegno di una mappa fatta da un bambino. Un microcosmo che contiene in sé mille e più avventure, quelle che può immaginare solo un fanciullo, ai cui occhi tutto è magico, tutto è sogno. Il romanzo parla della genuina follia dei bambini, che vivono la vita con leggerezza perché sono ancora privi del filtro dell’amarezza e del disincanto, che offusca ogni esperienza adulta e che limita l’immaginazione. Il protagonista, insieme ai fidati amici Nandel e Dani, si tuffa in una parentesi temporale privilegiata, nella quale è semplice e confortante mescolare realtà e finzione mentre si gioca a fare i grandi, o i cowboy, o gli indiani. E nella fantasia si vive anche attraverso i racconti del nonno, che come il bambino non ha interesse nella brutale realtà dei fatti; nei ricordi deformati dell’anziano, nelle memorie mitizzate di una vita semplice, si inserisce quella vena di malinconia per ciò che è andato perduto che attraversa tutta l’opera, benché sia tenuta a bada dalla freschezza e dall’ironia della voce narrante. Una malinconia che si acuisce con il passare dei giorni per la mancanza dei genitori e in particolare della mamma, che nella sua ignota malattia sembra voglia ricordare che la crudeltà della vita è sempre dietro l’angolo e non risparmia nessuno, neanche i bambini. Il protagonista vive la sua estate spensierato e felice, ma “la punta di un dolore di cui appena mi accorgevo” sembra evocare l’impercettibile ma inesorabile fine delle sue illusioni.

TRAMA. Merluz Vogn è la cronaca, sognata e reale, di un’estate randagia alle soglie dell’adolescenza, in un Ticino presente e irrimediabilmente perduto nella “corrente del tempo”. Una realtà in cui il paese si fa “mondo” e dove il confine sfuma nell’epopea da fumetto. Figure surreali e leggende da osteria fanno da cornice alle avventure di un paio di amici, immaginate per “sbaragliare” le giornate estive e lenire l’ingombrante assenza di una madre. Con Merluz Vogn Giorgio Genetelli rivisita luoghi e atmosfere della sua opera prima, Il becaària, e ci offre un romanzo post-dialettale da cui la nostalgia è volutamente bandita.

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BIOGRAFIA. Giorgio Genetelli (Preonzo, 1960) è un giornalista, falegname, scrittore, blogger, telecronista sportivo e calciatore. Per Gabriele Capelli Editore ha pubblicato nel 2017 la raccolta di racconti “La conta degli ostinati” e nel 2020 la nuova edizione de “Il becaària” e il romanzo “Merluz Vogn”.

LA CASA EDITRICE. Gabriele Capelli Editore nasce nel 2001 e pubblica libri d’architettura, d’arte, di grafica, di fotografia, di narrativa e d’illustrazione. I libri della GCE sono distribuiti in tutte le librerie italiane e svizzere.

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“We Were Grunge”, il nuovo romanzo di Alessandro Bruni

In libri on maggio 27, 2020 at 11:26 am

Il Taccuino Ufficio Stampa

Presenta

We Were Grunge di Alessandro Bruni

Lo scrittore bolognese Alessandro Bruni presenta “We Were Grunge”, un romanzo intimo ma anche un’opera di non fiction che rievoca i tempi della musica grunge in quel di Seattle, quando gruppi come Nirvana, Soundgarden, Alice in Chains e Pearl Jam hanno rimescolato le certezze e le coscienze dei ragazzi degli anni novanta. È anche la storia di un uomo, aspirante scrittore, che cerca sé stesso attraverso un pellegrinaggio tra i boschi della Via degli Dei, con la sola compagnia dei fantasmi dei soccombenti e dell’ingombrante figura di chi è rimasto, con il quale intrattiene un emozionante dialogo interiore.

Titolo: We Were Grunge

Autore: Alessandro Bruni

Genere: Narrativa contemporanea

Casa Editrice: Persiani Editore

Collana: Narrativa

Pagine: 120

Prezzo: 14,90€

Codice ISBN: 978-88-858-04-746

«La mia foto a vent’anni, non è tanto diversa dalla tua Eddie e nemmeno tanto diversa da quella di Christopher, il Supertramp. Siamo abbronzati di spazi aperti, abbiamo occhi spiritati, disor­dinati negli impulsi, desiderosi di essere liberi, non controllati e fedeli solo a ogni nostro desiderio e alla nostra vera, singola e unica natura. Siamo arruffati e capelloni, talvolta sporchi, sempre affa­mati di tutto. Pronti a stravolgerci, più incoscienti che coraggiosi, incapaci di guardare oltre il limite dei nostri anni. Vale forse per tutti. Ci tuffiamo nella promiscuità di ogni percezione sensoriale e di ogni pensiero o emozione che ne consegue. Credo sia giusto o inevitabile così, eppure come vorrei riuscire a tornare vicino a un ragazzo che si è perso, per portarlo in salvo, anche contro la sua apparente volontà […]».

Il romanzo We Were Grunge di Alessandro Bruni ha un sottotitolo che presenta in parte la trama di quest’opera a metà tra il saggio e l’auto-fiction: In cammino con Chris Cornell, Kurt Cobain, Layne Staley e Eddie Vedder. E sono infatti quattro le sezioni in cui è diviso il libro, relative ai quattro musicisti che sono stati i protagonisti indiscussi della scena grunge di Seattle negli anni novanta. Ma oltre al racconto lucido e profondamente partecipato della storia in pillole di questi tormentati artisti, l’opera si focalizza anche sulla vicenda di un uomo che decide di chiudere temporaneamente i ponti con la sua vita, per partire per un viaggio a piedi tra i boschi dell’Appennino Tosco-Emiliano e scrivere un romanzo che da tempo girovagava nella sua testa. Sarà un cammino faticoso dal punto di vista mentale e fisico, una sorta di pellegrinaggio pagano che porta omaggio a divinità malridotte e terrene, tre delle quali già ascese al Paradiso altrettanto pagano della Musica. In certi passaggi questo cammino diventa una via crucis, le cui stazioni sono rappresentate dalle canzoni che risuonano nella testa del protagonista, a memento di uomini che hanno trasformato in arte la loro sofferenza interiore, che si sono immolati sull’altare della condivisione esponendo le proprie ferite sanguinanti e donandosi completamente, anima e corpo, anche quando era rimasto ben poco da offrire. E non è un caso che la dedica in apertura del romanzo reciti: “Per quelli che soccombono e quelli che restano”, a rimarcare l’intento dell’autore di raccontare della sottile linea che separa l’attitudine a resistere o a soccombere alla vita. Eddie è sopravvissuto al vortice distruttivo del grunge e alla caduta nella dannazione dei suoi colleghi; ancora oggi attivo nella scena musicale, è il punto di arrivo del viaggio del protagonista, l’unico con il quale può avere un confronto concreto, esplicitato nel dialogo “epistolare” che intrattiene con lui per tutto il libro, una conversazione spesso turbolenta, specchio dell’inquietudine che lo avvolge. Chris, Kurt e Layne rappresentano invece i fantasmi di un’epoca che non tornerà più, che l’autore rievoca uno dopo l’altro in una sorta di straniante seduta spiritica. Chris con il suo suicidio che è stato rimandato a lungo ma che è sempre esistito in potenza: “il seme dell’autoannientamento è germogliato in una terra remota della psiche, del passato”; Kurt che come uno spettro impertinente segue il protagonista nel suo peregrinare tra i boschi, nel suo osservare gli alberi: “nell’intreccio delle ramificazioni ho intuito il gioco della grazia e dell’istinto selvaggio, entrambi presenti in natura” – così com’erano presenti anche in Cobain; Layne che era un morto vivente molto prima della sua morte, ma che è stato forse l’interprete più raffinato e allo stesso tempo più disperato del male esistenziale: “Kurt è bruciato in una folgore che ha avvampato una notte; Layne è marcito poco per volta, al ritmo lento di una nenia meravigliosa, capace di cullare i peggiori sogni tossici, le dannate astinenze, ogni fallimentare tentativo di risalita verso la superficie”.

TRAMA. Il 18 maggio 2017 Chris Cornell, cantante dei Soundgarden, viene trovato morto in una stanza d’hotel a Detroit. Sono trascorsi oltre vent’anni da quel pugno di tempo contrassegnato dal grunge e dall’ultima onda di ribellione musicale. Kurt Cobain dei Nirvana e Layne Staley degli Alice in Chains sono morti da anni e ora il destino è venuto a prendersi Cornell. Un protagonista di cui non sappiamo il nome, con il suo sole e il suo tempo in bilico sul mondo, si allontana da casa e dalla famiglia, dagli impegni presi e dal lavoro. Vuole solo camminare e scrivere, scrivere e parlare con l’ultimo di quei ragazzi che fronteggiavano il pubblico, l’ultimo ora rimasto in vita, l’ultimo ancora sul palco. Eddie Vedder. We Were Grunge è il racconto di questo cammino di stenti, questa disputa di anime che toccano il fondo e si contendono quello che resta, nella meschinità, nella passione, nella vergogna e nella verità, sino alla conta finale per capire se esiste ancora una differenza fra soccombere e resistere.

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BIOGRAFIA. Alessandro Bruni (Bologna, 1972) è uno scrittore e avvocato civilista. È autore dei romanzi editi da Persiani Editore “Ulisse aveva una figlia” (2015), “Killing Rock Revolution” (2017) e “La prossima estate. Un requiem per il noir” (2019) – che compongono la trilogia della commedia itinerante, della spy story complottista e dell’equivoco secondo il registro della tragedia. Il suo ultimo romanzo è “We Were Grunge” (Persiani Editore, 2020).

LA CASA EDITRICE. Persiani Editore è una casa editrice distribuita a livello nazionale, con circa 300 titoli in catalogo divisi in 14 diverse collane. Nasce nel 2005 quando la New Media Entertainment, azienda produttrice di programmi radiofonici e televisivi, decide di dedicarsi al settore dell’editoria libraria. La sua linea editoriale è basata sul fondamentale principio di libertà e pluralità di pensiero, e quindi di stampa: il suo catalogo è caratterizzato da collane e pubblicazioni anche di ispirazione diametralmente opposta. Ne sono esempio le diverse collane di psicologia (Sviluppo Integrale, Immagini dall’inconscio, Quaderni Asolani, Temenos), dove studiosi di estrazioni opposte, come Junghiani e Freudiani, propongono tesi di alto profilo scientifico. Tra le altre principali pubblicazioni troviamo anche testi inerenti al mondo dello spettacolo, raggruppati in una preziosa e originale collana di libri dedicata interamente al teatro e al cinema. Nel cinema è importante anche segnalare che la Casa Editrice Persiani cura le pubblicazioni dell’Associazione Italiana di Ricerche di Storia del Cinema (AIRSC). Seguono, inoltre, le collane dedicate alla poesia e alla narrativa.

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